Possiamo salvare il mondo, prima di cena 🍽🐷

Possiamo salvare il mondo, prima di cena” (Guanda, 2019) è il nuovo saggio-racconto di Jonathan Safran Foer (Jonfen, per gli amici), dopo il noto e altrettanto controverso Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” (ed. it. 2010). Di fatto ne può rappresentare a pieno titolo un ampliamento e una rivisitazione, che pone l’accento sul mutamento climatico, come causa prima di un cambiamento necessario, ed effetto non più trascurabile delle nostre abitudini.

Stiamo distruggendo il pianeta, e a politici come Trump e Bolsonaro non interessa minimamente, per loro Groenlandia e Amazzonia sono solo territori di conquista da spolpare, ciò nonostante molto dipende anche da ognuno di noi, da ogni singolo comportamento quotidiano. Lo dimostra fra gli altri Greta Thunberg, che dalla Svezia ha smosso coscienze in tutto il mondo e attesta un principio di responsabilità individuale e ci richiama urgentemente alla realtà.

La tesi di base di Foer è quindi, in estrema sintesi, che il nostro pianeta sia essenzialmente una fattoria intensiva, non tanto un’industria, nel senso che è dell’allevamento e delle sue conseguenze di cui dovremmo preoccuparci, di più e prima che dei fumi, dei gas di scarico e in generale dei combustibili fossili.

Basta citare qualche dato per dare credito a questa impegnativa affermazione: il 59% della terra coltivabile è usata per produrre mangime con cui nutrire gli animali da allevamento. Se aggiungiamo i pascoli, arriviamo al 75%. In Amazzonia, l’allevamento è responsabile di oltre il 90% della deforestazione. Senza contare i consumi di acqua: un terzo serve al bestiame. I consumi di carne e derivati non sono mai stati tanto alti nella storia dell’umanità.

Le cifre sono spaventose, ad esempio ogni anno vengono allevati circa 70 miliardi di animali, di cui due su tre intensivamente. Il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina, il 60% delle uova, vengono prodotti in allevamenti intensivi. In Italia 85% dei polli sono allevati intensivamente, oltre il 95% dei suini vivono in allevamenti intensivi, quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo (fonte CIWF Italia).

Un terzo della raccolta mondiale di cereali viene utilizzato esclusivamente per alimentare il bestiame industriale. Se invece fosse utilizzato direttamente per il consumo umano potrebbe sfamare circa 3 miliardi di persone.

Per quanto riguarda la Co2 inoltre, la FAO stima che il bestiame sia direttamente responsabile di almeno il 14,5% delle emissioni di gas serra. Per assurdo se le mucche fondassero una nazione, sarebbe il terzo Paese per emissioni di Co2, dopo Cina e Stati Uniti.

Il dibattito costante sulle fonti fossili e le energie alternative, più o meno rinnovabili, ha al contrario finito per oscurare il pesante contributo degli allevamenti al riscaldamento globale, laddove sarebbe invece molto più semplice e rapido cambiare abitudini alimentari, piuttosto che riconvertire al green l’intero sistema dell’industria e dei trasporti, ora alimentato da gas, petrolio e carbone.

La soluzione proposta da Foer è tanto semplice quanto funzionale ed è racchiusa già nel titolo del libro: niente più carne, uova e latticini prima di cena. Questo cambiamento delle abitudini individuali, per altro in linea con molte diete tradizionali, come la cucina mediterranea, basterebbe da solo ad avere un impatto massiccio sugli attuali dati di sistema, organizzati in cicli viziosi che si autoalimentano, spingendo sempre di più la bilancia della disparità planetaria, fra paesi energivori e divoratori di carne, ed altri con un impronta di carbonio minimale, tradizionalmente vegetariani, però costretti a subire direttamente sin da ora e sempre più i pesanti effetti del cambiamento climatico (ad esempio Indonesia e Sud-Est asiatico).

L’ambizione e la speranza è dunque quella di convincere le persone a reagire alla crisi ambientale apportando delle misure pratiche e concrete nella propria vita individuale. Non occorre infatti essere esperti climatologi o astrofisici, per capire quanto sia squilibrato e insostenibile il sistema di approvvigionamento e distribuzione del cibo, basta partecipare a una mobilitazione collettiva, quotidiana e individuale, divenuta indispensabile a invertire l’attuale rotta verso la catastrofe climatica, in vista al massimo fra un decennio.

Non è una missione impossibile se, come ricorda giustamente Foer, negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, per finanziare lo sforzo bellico le tasse arrivarono al 95% del reddito, le fabbriche furono riconvertite alla produzione militare, il cibo fu razionato e i consumi di carne e benzina limitati (con notevoli benefici per la salute pubblica, come risultò in seguito). Come disse il presidente Roosevelt il 28 aprile 1942, in un famoso discorso alla radio: “Quando, alla fine di questa guerra, avremo salvato la libertà del nostro sistema di vita, non avremo compiuto nessun «sacrificio»”. E se in gioco c’è la nostra stessa sopravvivenza, minacciata dal riscaldamento globale, non dovremmo mobilitarci come se fossimo in guerra?

Per Foer la crisi climatica è una condizione che siamo chiamati a risolvere insieme e, al tempo stesso, ad affrontare da soli. Diversamente saremo giudicati dai posteri come la generazione che sapeva e non ha fatto niente di sostanziale, perché, come dice un proverbio indiano, non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in affitto dai nostri figli. Per citare Tyler Durden, in uno dei suoi più riusciti monologhi motivazionali:

un’intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli, o schiavi coi colletti bianchi. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione.

Bene, adesso questo scopo ce l’abbiamo, non ci sono più scuse, non c’è più tempo da perdere. Le regole in questo caso sono molto più semplici di quelle del Fight Club, e la posta in gioco ben più alta: per limitare l’aumento delle temperature globali e contrastare la catastrofe climatica, dobbiamo rinunciare ai combustibili fossili e anche mangiare meno carne e derivati. “Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà… Noi siamo il diluvio, noi siamo l’arca”. Noi siamo il clima.

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