Joker 🃏

Joker sarà molto probabilmente il film più importante del 2019, per molti motivi. Diretto da Todd Phillips (quello di Road Trip e Una Notte da Leoni) e basato su una versione inedita delle origini del villain DC, scollegata dall’Extended Universe, è importante in primis per la performance istrionica e debordante di Joaquin Phoenix, capace di calarsi mimeticamente negli scomodi panni di Arthur Fleck, clown fallito che sogna di diventare uno stand-up comedian, subendo però soprusi, angherie e umiliazioni costanti, che si accumulano nella sua mente, come il reticolo di lividi e costole incrinate sul suo corpo, senza che abbia fatto niente per meritarlo, e spingendolo sempre pi in là, verso l’orlo di quell’abisso inevitabile che è, per certi versi, la malattia mentale.

Ambientato nella sporca e decadente Gotham, città perduta summa e simbolo degli anni ‘80, piena di spietato arrivismo, incolmabile disuguaglianza e brama di riscatto sociale, Joker ha già vinto il “Leone d’oro” al miglior film alla 76ª Mostra cinematografica di Venezia, e senza dubbio non sarà l’unico riconoscimento che otterrà questa versione d’autore delle origini di un personaggio iconico, per altro sempre lasciato volutamente ambiguo, e caratterizzato da alcuni autori come un sadico, psicopatico, perfido, crudele, ambizioso, eccentrico, intrattabile, imprevedibile e grottesco folle.

Phillips e Phoenix si sono avvicinati al personaggio in maniera molto libera, citando marginalmente “The Killing Joke” di Alan Moore (1988), ma ben di più i capolavori di Scorsese “Taxi Driver” (1976) e “Re per una notte” (1983), per caratterizzare un’epoca e un’atmosfera infetta da degradazione e degenerazione sociale, che sfociano a livello collettivo nella rivolta anarchica, proprio come nella New York su cui Travis Bickle anelava un altro diluvio universale per ripulirla dal sudiciume di “puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori”, e a livello individuale nell’agito del disturbo psichiatrico grave,

In questo senso l’opera risulta quantomai attuale, nel suo descrivere la claustrofobica solitudine urbana, il bullismo, il precariato, la violenza domestica e l’alienazione del diverso, che, trasposta nel corpo tragicamente emaciato di Fleck, stimola un umano senso di solidarietà ed empatia, malgrado si stia consapevolmente assistendo alla nascita di un villain, un pazzo psicopatico, un criminale omicida, che «non si cura di nessuno, se non di se stesso», prendendo in prestito le parole di Batman.

Il merito di questa non facile riuscita complessiva, che si affranca dal generico stigma di cinecomic, sta nella coerenza con cui le due ore di pellicola si sviluppano, rimanendo ossessivamente concentrate sul personaggio di Fleck, con lunghe sequenze in cui è la sola presenza a schermo, frequenti primi piani e sopratutto una cura maniacale di tutti gli aspetti che lo compongono: abbigliamento, trucco, gestualità e atteggiamento corporeo, vocalità.

Phoenix, che era interessato a recitare in un film che fosse uno “studio del personaggio” su un cattivo dei fumetti fin dal 2014, ha raccontato il suo lavoro in questo modo:

Ho perso quasi 25 chili. Ogni giorno mi alzavo con la paura di essere ingrassato: è una situazione assurda, quasi una malattia. Ma ho scoperto che senza tutto quel peso addosso ero molto più fluido, potevo fare movimenti che prima non sarei stato in grado di fare. Il lato negativo è che ero spesso di cattivo umore, sempre affamato e abbastanza debole. Però alla fine era proprio quello lo stato d’animo giusto per il Joker, uno che cerca di combattere i suoi problemi psicologici. La risata che incarna la fragilità del suo stato d’animo è una risata dolorosa che nasce dal fondo dell’anima, disperata, più triste che felice. E poi il modo in cui si muove: ci sono momenti in cui danza in modo così leggero che sembra sollevarsi dalla tristezza del mondo in cui vive. Per questo mi sono ispirato a Ray Bolger, lo spaventapasseri de Il mago di Oz. Adoro il fatto che il suo personaggio risplenda attraverso la danza, la musica, le note, i solfeggi. Il mio Joker ha dei movimenti un po’ meccanici, un modo di gesticolare e muovere la testa che denota un’arroganza quieta prima… della tempesta. Spesso combinavo danza moderna e disco-music: il bello del Joker è che è davvero imprevedibile. Non mi sono ispirato a nessun Joker, però mi ricordo benissimo Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton, e il bravissimo Heath Ledger. Ma ho preferito prepararmi senza fare riferimento a nessun lavoro precedente, neanche a fumetti o serie tv. Volevo creare il mio Joker. Che fosse frutto della mia immaginazione. O della mia pazzia. Non è un film sui soliti supereroi, cattivi e umani con poteri speciali. A me i personaggi ispirati ai fumetti piacciono perché hanno problematiche reali, le stesse che abbiamo noi. Joker è proprio questo: uno di noi. Non ha padre, non ha amici, è ansioso, depresso, ha un lavoro infimo. Ha subito dei traumi ed è stato anche abusato da bambino… Poveraccio… Ha tutti i problemi di questo mondo. Non è stato né piacevole né facile entrare nella sua testa… ma sono orgoglioso di averlo conosciuto.

Sebbene non del tutto esente da difetti, fra cui una certa semplificazione della trama e l’abuso di alcune soluzioni registiche un po’ troppo comode, per cui non è possibile sostenere che sia un nuovo capolavoro assoluto della cinematografia moderna, quanto piuttosto un ottimo esempio di approccio adulto e approfondito alla materia dei fumetti (similmente al bistrattato “Logan” di James Mangold), in grado di fornire una prospettiva più tridimensionale a mondi e personaggi inizialmente concepiti come volutamente stereotipici e simbolici.

Questo dunque è essenzialmente un film sulle origini e ragioni del male, sulle complesse motivazioni e giustificazioni che il castello narrativo della malvagità erge a sua difesa, dando conto dell’insostenibile disumanità di un passato personale. Ma il male rimane comunque male, ed è legittimamente straziante assistere alla perdizione e alla depravazione di una vittima dalla violenza, che non trova altra strada, se non l’autoaffermazione di sé tramite quella stessa, ingiustificabile violenza da cui è stato vinto, spezzato e contorto.

Ecco perché una pistola puntata in metropolitana da un clown male in arnese fa istantaneamente più paura di uno schiocco di dita del guanto dell’Infinito, perché la realtà riesce sempre ad essere peggiore di qualsiasi fantasia, e intimamente ognuno di noi sa che, se messo in determinate condizioni di risentimento, frustrazione e rabbia, non sarebbe poi forse così diverso dal Joker. Il mostro che ci spaventa di più e quello che alberga dentro di noi.

Se scruti a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.

(Friedrich Nietzsche)

Un pensiero su “Joker 🃏

  1. Alla fin fine, per essere realistico fino in fondo, sono mancati giusto alcuni tratti (come l’abbandono totale da parte dell’assistenza sociale di una famiglia tanto disastrata; lasciare un bambino nelle mani di una donna già condannata per abusi vari sarebbe impossibile se non a Gotham). Altrimenti è un film che può essere visto anche se non si conosce Bruce Wayne.

    Piace a 1 persona

E tu cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.