Handful of Metal #8

Cult of Luna – A Dawn to Fear

Dei Cult of Luna non servirebbe in realtà dire molto, tali e tante sono le riprove di indubbio valore che costellano la loro ormai ben nutrita discografia. Uno dei pochissimi esempi di band post-hardcore dei primi anni 2000 capace di reinventarsi e continuare con profitto la propria ricerca musicale, incrociando naturalmente il sentiero del progressive metal, gli svedesi non deludono le aspettative nemmeno col nuovo A Dawn to Fear”, che ribadisce la bontà della loro proposta artistica, anche quando si “limitano” a fare “solo” ciò che gli riesce bene.


Wormwood – Nattarvet

Melodic black metal in puro stile svedese, “Nattarvet” è a tutti gli effetti l’album della maturità dei Wormwood, lavoro nel quale la band è riuscita, dopo un paio di dischi di rodaggio, a condensare in maniera efficace i vari riferimenti pagan, folk e le derive melodiche più spinte, innestandoli sulla matrice black che rimane, comunque, il vessillo originario del loro sound. Perfettamente bilanciato fra questi diversi aspetti e finanche a livello linguistico, fra brani in inglese e in lingua madre, “Nattarvet” è a conti fatti un serio candidato ad album dell’anno, per quanto concerne queste sonorità, moderne nei modi, nel sound e nell’immagine, ma ancora ben attaccate alla tradizione.


Borknagar – True North

Uno dei pochi gruppi reduci dalla seconda ondata black norvegese di metà anni ‘90, i Borknagar hanno in realtà sempre un po’ fatto storia a se, grazie a un approccio alla materia black sin dagli albori pesantemente connotato dagli stilemi che poi sarebbero stati identificati come viking. A prescindere dalle etichette è indubbio che la loro personale interpretazione delle radici pagane e folk della loro cultura tradizionale abbia trovato terreno fertile, grazie sopratutto al costante apporto di musicisti di altissimo livello, che negli anni sono passati nella line-up. “True North” segna a questo proposito il ritorno al microfono solista di ICS Vortex, artista che non ha certo bisogno di presentazioni. Il risultato è uno dei loro lavori più solidi e convincenti degli ultimi anni.


Wheel – Moving Backwards

Gruppo indipendente finlandese, realisticamente poco noto ai più, i Wheel suonano un metal progressivo immediatamente accostabile a quanto proposto dai Soen negli ultimi anni e, fatte le dovute proporzioni, Tool. Tale ingombrante paragone viene spontaneo, ascoltando i notevoli pattern di percussioni che costellano questa manciata di brani, nei quali anche il riffing chitarristico pare riferirsi allo stile, per altro difficilmente imitabile, di Adam Jones. Lungi dall’essere solamente derivativo e devozionale, “Moving Backwards” è il tentativo di riprodurre ed evocare determinate atmosfere musicali, calandole in composizioni proprie. Ovviamente la comparazione diretta con dei giganti del genere è impietosa, ma se si astraggono le similitudini, analizzando il valore precipuo dei brani, ne risulta comunque un’opera riuscita e coerente nel perseguire il suo obiettivo, che si fa ascoltare con piacere e neanche troppa ovvietà.


Dreamarcher – The Bond

Descritto elusivamente come blackened progressive post metal, definizione che vuol dire davvero tutto e niente, il sound dei norvegesi Dreamarcher è sicuramente un moderno esempio di sincretismo stilistico, che va a pescare a piene mani da quella che è la lezione dell’alternative black-core (Kvelertak su tutti) e del post black di Deafheaven, con un occhio di riguardo anche allo sludge progressivo degli ultimi Mastodon. Come si può immaginare con tutte queste influenze la carne al fuoco è tanta, e infatti il song-writing pecca ancora di eccessiva eterogeneità e mancanza di coesione, pur non difettando la performance né di capacità né di convinzione. “The Bond” è quindi un lavoro ancora interlocutorio, che passa senza soluzione di continuità da momenti validi ad altri meno riusciti, ma non riuscendo a lasciare un segno durevole nella memoria dell’ascoltatore.

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