Mayhem – Daemon

Mayhem e black metal sono praticamente sinonimi, tale e tanta è la sovrapposizione delle loro vicende storiche, sin dalle più oscure origini underground, passando per i celeberrimi fatti di cronaca (nera), che hanno oscurato, quantomeno all’occhio dell’opinione pubblica, la valenza strettamente musicale e artistica di un fenomeno destinato a durare e diffondersi in tutto il mondo.

Di tempo ne è passato davvero molto, da quel leggendario 1994, anno d’uscita del classico “De Mysteriis Dom Sathanas”, a cui tanta critica sta associando e paragonando il nuovo “Daemon”, comparazione secondo me fuorviante viste le differenze estreme che dividono le due opere.

La linea di demarcazione essenziale dei Mayhem moderni è “Ordo ad Chao”, full-length del 2007 che ha visto il rientro in formazione dell’iconico singer ungherese Attila Csihar, artefice anche delle registrazioni di DMDS, e ha segnato la coesione del gruppo attorno ad opere monolitici e monotematici, nella loro volontà di esaurire un concetto e un suono in ogni singolo disco, facendo della varietà d’approccio il vero tratto saliente, perlomeno a livello composito.

Letto in questo senso “Daemon” sembra un diario infernale, oscuro e sinistro, scritto di suo pugno da un diavolo, con nessun’altra intenzione se non quella di descrivere il proprio mondo, nel modo più lineare e comprensibile possibile, per delle poveri menti umane. Ecco perché non ci sono elementi d’avanguardia, come in “Grand Declaration of War”, album futuristico, per inaugurare il nuovo millenio, oppure le strutture caotiche, che hanno caratterizzato “Ordo ad Chao” (2007).

I brani sono vigorosi e dinamici, con un tocco melodico piuttosto classico (“Bad Blood”, “Everlasting Dying Flame”) che può riportare alla mente la maniera di comporre di Euronymous e Snorre Ruch. Ci sono riff tremolo inquietanti e malevoli, sorretti da linee di basso ben pronunciate, che prendono il la dall’impeccabile lavoro alle pelli del tentacolare Hellhammer. La performance vocale di Attila pare invece meno schizoide del solito, caratteristica che ben si associa a un lavoro diretto e immediatamente fruibile, nella sua urgenza espressiva.

Tutto sommato “Daemon” è quindi un’opera notevole, per la non comune capacità di tenere insieme senza apparenti forzature un passato ingombrante e un presente per forza di cose diverso. Basta dare un’occhiata alle diverse interviste al gruppo, con i nuovi Teloch e Ghul su ben altro registro, rispetto a un Necrobutcher, testimone diretto di episodi che hanno fatto, in ogni caso, la storia del genere. Il loro atteggiamento è intrinsecamente diverso quanto lo è l’approccio alla musica dei Mayhem attuali, rispetto a quelli di 25 anni fa, illuminato dalla luce dell’esperienza e della sopravvivenza, che fornisce la distanza necessaria per affermare la propria identità artistica scindendola da qualcosa che è rimasto, invece, cristallizzato nel tempo.

Chiedere uno sforzo ulteriore a una band così cruciale sarebbe stato un’inutile denaturazione, che poco o niente avrebbe aggiunto, in termini di continuità e contiguità, alla storia di un genere verso il quale il gruppo norvegese nutre, con tutta evidenza, della sana responsabilità, e non è affatto cosa da poco.

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