Alcest – Spiritual Instinct

Il blu abissale della copertina e il richiamo allo prezioso zaffiro sono i primi accenni a un’immersione verso fondali e abissi spirituali, che caratterizzano il concept e l’idea di “Spiritual Instinct”, nuovo lavoro degli Alcest.

La band di Neige, reduce dal successo di “Kodama”, prosegue la sua personale operazione di sintesi fra sonorità post-rock e shogaze su base (black) metal, (ri)trovando una direttrice salvifica e taumaturgica nella spiritualità insita nell’ambiente naturale.

Come del resto esplicitato dal suo account instagram, l’artista francese ha sempre ricercato diverse fonti di ispirazione e riferimenti culturali, che, nel corso degli anni, sono diventati un peculiare aggregato artistico, in grado di comprendere tanto i manga quanto Arnold Böcklin (“L’Ile des Morts” si rifà al suo famoso dipinto, il cui significato è ancora in parte avvolto da mistero interpretativo), tanto l’art nouveau quanto Gustave Doré. Non è infatti un caso che l’artwork del valido Fortifem riecheggi una pluralità di elementi, raffigurando una proteiforme sfinge, spirito guardiano che sorveglia enigmaticamente una conoscenza non per tutti accessibile.

Non così per quanto riguarda il comparto musicale dell’album, in quanto “Spiritual Instinct” ribadisce l’immediata fruibilità di una proposta divenuta negli anni assai esperta a dosare elementi atmosferici e dinamici, melodie sognanti e sferzate metalliche, amalgamando un impasto sonoro sempre più trasparente e disteso.

Svanito fisiologicamente l’effetto sorpresa degli esordi, l’offerta degli Alcest pone ora più in evidenza anche i suoi stessi limiti, cioè una certa leggerezza e prevedibilità di fondo, che, sebbene funzionale al raggiungimento del risultato (una snella forma-canzone), rischia alla lunga di suonare ripetitiva e lontana dal senso di catartica meraviglia che vorrebbe idealmente suscitare e rappresentare.

Ma questa fase di stanca è per ora arginata e lontana sulla linea dell’orizzonte, e “Spiritual Instinct” può dirsi quindi un lavoro assolutamente godibile e ben strutturato, con una dinamica alternanza fra ritmo (“Protection”) e melodia (“Sapphire”), atta a rendere l’esperienza d’ascolto varia e avvincente quanto basta a far da sottofondo a questi poeticamente malinconici pomeriggi autunnali. E il naufragar m’è dolce in questo mare…

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