Cloak – The Burning Dawn

Secondo album per i Cloak, band di Atlanta dedita a un vintage black metal molto valido, che ha già avuto modo di farsi ben apprezzare col debutto “To Venomous Depths” (2017), in cui corpose influenze ottantiane coesistevano felicemente con un’attitudine black’n’roll vicina, per certi versi agli ultimi Satyricon, oppure, e qui il paragone suona decisamente più convincente, agli svedesi Tribulation.

Ma lasciando perdere le mere classificazioni di genere, questo nuovo “The Burning Dawn” funziona e convince ancor di più per molteplici ragioni. A partire da “March of the Adversary”, che funge da intro strumentale per l’accumulo di tensione atta a lanciare la seguente, stupenda “The Cleansing Fire”, l’ascoltatore viene assorbito da un’atmosfera oscura, epica ed intensa, che non si dissolve fino alla chiusura dell’album. Non c’è canzone che non sia avvincente e che non si ascolti con immediato interesse, anche per quanto riguarda le composizioni più articolate, come la conclusiva “Where the Horrors Thrive”, un mostro lovecraftiano di oltre 8 minuti.

Rivestito da una produzione materica ma al tempo stesso cristallina, in grado di far apprezzare la granularità dei singoli strumenti, l’album offre una quantità di riff tipicamente heavy metal (“Tempter’s Call”), intrecciati con tecniche di black e thrash, supportati da linee di basso e batteria immediate e incisive.

Il mix porta anche la voce di Scott Taysom in una posizione deliberatamente prominente, che fa risaltare la sua capacità di spaziare nel range di vocalità metalliche, dallo scream al growl, emettendo un’aura di oscurità e vigore, anche nelle parti pulite e corali. Occasionalmente, gli arrangiamenti di piano, sommessi ma molto efficaci, servono come introduzioni o sezioni ponte (“Lifeless Silence”), che aumentano la densità dell’atmosfera cupa, già evocata dagli strumenti principali.

Grazie alla coerenza e alla coesione stilistica dell’album, un omogeneo monolito di inscalfibile qualità metallica, non ci sono brani che risaltino sugli altri, quanto piuttosto un teatrale e suggestivo viaggio nelle tenebre, perché è proprio negli attimi prima dell’alba che l’oscurità è più fitta. A posteriori, come spesso accade, quello dei Cloak è quindi sicuramente uno degli album migliori del 2019 appena concluso.

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