La piramide della performance sportiva

Siamo abituati ad una visualizzazione il più possibile schematica e semplificata delle varie complessità che caratterizzano i diversi ambiti della vita, in modo da avere l’impressione di controllarli più efficacemente.

Per quanto questa fallacia sia poi alla base di parecchi problemi è del resto impossibile non costruire una propria rappresentazione del mondo, che sia utile, come lo storyborad per un regista, a muoversi con maggiore sicurezza.

Questo è senza dubbio vero per l’alimentazione, in quanto le diete sono sempre, di fatto, delle tipizzazioni che codificano in schemi fissi l’attitudine randomica di un istinto primario, ma è un discorso che si può ampliare anche per ciò che concerne le varie componenti della performance sportiva.

Dietro tale termine c’è infatti molto, da analizzare, e non è sempre facile capire cosa cambiare, implementare o togliere, per migliorare la propria prestazione. In questi casi può risultare utile schematizzare e semplificare, per poi applicare il modello a se stessi.

Come si nota in figura 1, il risultato è una piramide a tre livelli, che ha come fondamenta la struttura di base del corpo, ovvero postura, respirazione, mobilità, stabilità e schemi motori primari. Tale livello di base coincide con lo sviluppo delle competenze motorie di base, ma un lavoro specifico su questi elementi, anche in età adulta, può consentire di limare vizi e difetti, ottimizzando gli strumenti necessari al livello intermedio, ovvero lo sviluppo della forza, associato al lavoro neurologico (velocità, rigenerazione) e metabolico, che consente di passare dal generale alla specificità, che caratterizza il vertice della piramide della performance, lo sviluppo delle abilità tecniche vere e proprie, la coordinazione fine su movimenti complessi, la forza resistenza su specifici gesti atletici ripetuti.

Da osservare come questi tre piani siano equamente inclusi in due ulteriori livelli, la nutrizione, deputata a fornire energia al sistema, e la gestione mentale, indispensabile a mantenere l’attivazione, il focus, la motivazione.

Come tutte le piramidi che si rispettino togliendo anche uno solo di questi elementi l’intera costruzione crolla, oppure al meno peggio, assume i poco desiderabili contorni di una figura sbilenca e scalena, sicuramente poco funzionale.

Questa figura geometrica permette anche il ragionamento inverso: se si intende migliorare la propria performance occorre lavorare in modo omogeneo sui diversi fattori in gioco, senza tralasciarne nessuno.

Un ottimo esempio può essere il sollevamento negli sport di forza, che, per la sua elevata schematicità, ben si presta a comprendere quanto la programmazione incida sul risultato finale.

Il management mentale è invece elemento cruciale in attività come l’arrampicata sportiva, in cui, a parità di condizione fisica, l’approccio mentale fa davvero tutta la differenza del mondo.

Essere consapevoli di queste dinamiche e della loro correlazione può davvero essere indispensabile, per superare momenti difficili nei nostri sport, evitando di andare per tentativi, spesso controproducenti.

Parlando di importanza di schemi e consapevolezza mentale, cito infine la piramide di Maslow (1954, fig. 2), che tipizza, in termini funzionali, la gerarchia dei bisogni o necessità psico-fisiche dell’uomo. Questa scala di bisogni è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell’individuo) ai più complessi (di carattere sociale).

Tale schema, calato in un contesto sportivo, può essere utile a capire come, talvolta, la mancanza di soddisfacimento di alcuni bisogni, magari non immediati da percepire (ad esempio sentimento di squadra, autostima, creatività), possa impedire il raggiungimento della propria peak condition.

A mio parere le due piramidi che abbiamo visto andrebbero stampate e affisse in ogni centro sportivo, per aiutare a visualizzare gli elementi della complessità e, per citare un mio grande istruttore di climbing, “cercare il facile nel difficile”.

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