Scáth Na Déithe – The Dirge of Endless Mourning

Definiti da No Clean Singing come un ibrido spettrale di black metal e doom, che evoca in modo convincente un mondo abitato da anime perdute e terrori notturni, gli irlandesi Scáth Na Déithe dedicano la loro opera ad approfondire le storie della loro terra natale, spesso travisate o fraintese, col passare del tempo e delle versioni.

La verità giace non molto lontano dall’oscurità che la nasconde, e “The Dirge of Endless Mourning” esplora appunto questa complessa relazione tra la patina superficiale del folklore irlandese e il suo reale contesto e significato. Ad esempio attraverso i racconti di figure come Biddy Early, guaritrice denunciata e ostracizzata dal clero locale come una strega, Bean Sídhe, un’anima maledetta condannata a piangere per l’eternità, perché considerata una persona da cui stare alla larga, An Cailleach Béara, una divinità locale un tempo molto riverita, poi trascurata e dimenticata.

Come sottolinea giustamente il leader del progetto, Cathal Hughes, tutti noi, nelle nostre comunità locali, viviamo all’ombra di questi racconti secolari, e dobbiamo continuare a sfogliarne le pagine, per tramandare il senso e il significato della cultura che li ha generati alle generazioni successive, che potranno sperimentare un senso di condivisione e appartenenza tanto forte quanto lo sarà il loro attaccamento ai luoghi che abitano, sia fisici che culturali.

Come già in altre esperienze artistiche di livello, Primordial su tutti, il millenario orgoglio irlandese permea di energia vitale e altrettanta malinconia il lavoro degli Scáth Na Déithe, che invitano ad ascoltare le antiche pietre che parlano, i vecchi dei a sorgere e le foreste a soffocare le torce che le minacciano. Un invito dichiaratamente primordiale, ritualistico, come l’incedere delle quattro lunghe composizioni qui presenti, il cui sound è effettivamente materico e mutevole, come gli elementi della natura, e ben si associa al concept rappresentato.

Curato in sede di regia da Colin Marston e illustrato dalla sempre efficace artista transilvana Luciana Nedelea, “The Dirge of Endless Mourning”, pur non essendo un’uscita epocale che farà la storia del genere, sa ergersi come solido baluardo della cultura di cui fa parte e che rappresenta, ascrivendosi a pieno titolo fra quelle stesse pagine di storia a cui Cathal Hughes fa giustamente riferimento.

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